«Vorremmo già essere a Bombay, o non esserci affatto, perché forse l’unico luogo che ancora riesce a emozionarci è la nostra stanza, la cuccia, dove i problemi ridiventano insolvibili.»
[ Ennio Flaiano, “Il mondo”, 31 ottobre 1961 ]
Ci sono libri che defloriamo troppo presto per la nostra età anagrafica ed altri a cui, invece, ci avviciniamo in ritardo. Ciò non ostante, leggere alcuni romanzi - anche se si è ufficialmente adulti - è sempre come scalare una montagna. O il massiccio di se stessi. Si susseguono entusiasmi, frane sotto i piedi, protuberanze di appiglio, rinunce, sfide contro il cielo (accecante di neve o sole, poco importa) e traguardi celebrati da una bandiera piantata sulla punta di un percorso. Capolavori. Li chiamiamo «capolavori».
“Per chi suona la campana” è stato uno di quei romanzi che mi ha aspettata per anni, mentre mi illudevo di essere io ad attendere che le sue pagine diventassero sufficientemente gialle. Ho iniziato a leggerlo molto tempo addietro e ho continuato a leggerlo a singhiozzi, trascinandolo in mezzo a fascicoli polverosi, mezzi panini e plaid arrotolati. Robert, Maria, Pablo e Pilar. Anselmo, il vecchio e lo zingaro. Tutti hanno subito l’ingiuria di un involucro accartocciato da borse troppo grandi e trafitto dalle costolature delle letture scomode, quelle appena degnate sui mezzi sedili tramviari o spalmate lungo pause che cedono troppo facilmente al sonno.
“Per chi suona la campana” è stato uno di quei romanzi difficili. Difficile per gli inserti storici travestiti da monologhi interiori, per i monologhi interiori travestiti da pensieri di Robert, per i continui - e non sempre fluidi - scambi di focalizzazione tra l’interno e il narratore. L’autore talvolta affonda nell’universo di un personaggio, talaltra regredisce a piano terra, talaltra ancora vede tutto e vede troppo: e, in conclusione, il tempo scorre troppo lento e - come per tutti i romanzi oggetto di questa stregoneria narrativa - il fruitore deve accettare o rifiutare la scommessa in radice.
Alla fine dello scomodo pellegrinaggio, la lettrice di provincia non può non conservare la corrida, gli strascichi di sangue e sudore, la vecchia Spagna e i presagi zingareschi di una levatrice deforme e sboccata (ma a cui non si può sfuggire). Alla fine, anche la lettrice di provincia non può non far saltare il suo ponte. Eppure. Eppure, il romanzo di Hemingway continua a sembrarmi peloso. E - soprattutto - a non piacermi necessariamente, a dispetto dell'indiscusso merito letterario. «Qué va!»
Due anni di gloriosa, controversa e non-violenta esistenza. É il tempo che mi separa dal giorno in cui ho varato questo spazio. Ora vascello confortevole, ora zattera instabile. Destinato a sopravvivere fino a quando saprà prendersi carico e gioco della chimera di libertà che rappresenta. No more. E, del resto, cos'altro aggiungere se non un cordiale, banale e familiarissimo «pecore»?
Tanti auguri a me. O a te, otherwise (caso mai dovessi prendermi troppo sul serio...).
Pecore. Ilpostlungo ed impegnato non lo legge nessuno. Pecore. Chissà perché. Pecore. Pazienza. Pecore. Mi hanno rinnovato la patente. Pecore. Il che significa che ho ancora licenza di uccidere. Pecore. Statevi attenti. Pecore. Un saluto circolare à-la Mario Merola. Pecore. Al navigatore di Busto Arsizio. Pecore. Che è arrivato su questo blog cercando ildoppiofondo (tutto attaccato). Pecore. Eppure la vita continua. Pecore. E in palestra ho sperimentato una turpe pratica. Pecore. L’aerobica-latina. Pecore. Che di latino non ha niente. Pecore. E di americano neppure. Pecore. Ma mi sconquassa il pannicolo. Pecore. E anche il subconscio. Pecore. Un saluto anche alla prof. del liceo. Pecore. Che mi viene in sogno. Pecore. Non mi dà i numeri. Pecore. O meglio li dà. Pecore. Mi dice che non serve portare le antologie di letteratura italiana. Pecore. Insieme ai manuali giuridici. Pecore. Ah, sono anche finita su Liquida. Pecore. Via Liquida-cinema. Pecore. Accidenti, avete letto fin qua. Pecore. Bene. Pecore. Potrete dire. Pecore. No, non «pecore». Pecore. Ma: «l'ho conosciuta prima che la internassero...». Pecore. Comunque per ora non esultate. Pecore. Mi incanto. Pecore. Ma non mi schianto. Pecore. Un'ultima cosa. Pecore. Errore di ridondanza ciclica. Pecore. Se sapete cosa significa. Pecore. Lasciate un messaggio. Pecore.
Ed ora, se proprio ci tenete, potete anche passare all’Almanacco del giorno dopo.
❝[...] Why isn't the PD considered as a possible government? I think it's clear: Berlusconi's monopoloy of the media embodies the difference between the two sides. In a country in which hardly anyone reads books (Italian book readership is last but one in Europe behind Turkey) and where schools and universities are painfully neglected, over the last 15 years political and civil instruction have been provided by Mediaset's TV serials, which have "educated" (absit iniuria verbis) at least two generations.
This has happened with the complicity of both Massimo d'Alema and Walter Veltroni, who when they were the leaders of centre-left governments did not consider it necessary to limit Berlusconi's excessive media power, in a democratic way, as is usual in all civilised countries, with the exception of Thailand.
Why didn't they do something? I'd hate to think it was a cynical deal (or as they might see it, a "compromise"), done behind their voters' backs. Perhaps it was a cultural limitation, a refusal to believe that in a weak and under-educated country like Italy, the daily bombardment of commercial TV stations, in the possession of a man like Berlusconi, would deeply change daily lives.
Or was it because of the perfunctory assumption that the medium of television could not set off a revolution; that revolutions could only have their origin in politics, not mass entertainment. [...]❞
Alcune settimane fa leggevo questo articolo grazie ad una segnalazione di PierLuca Santoro su friendfeed. Da quel momento, le riflessioni si sono moltiplicate e propagate con una tale velocità e con una tale incoerenza da farmi ritenere impossibile o, comunque, azzardato addivenire ad una sintesi, ancorché provvisoria. Nel citato articolo, Mancini ha chiarito - tra gli altri aspetti - come il pregiudizio culturale in forza del quale le rivoluzioni hanno sempre e necessariamente una matrice politica e non una ragione mediatica sia stato una delle condizioni che ha favorito l'ascesa al potere di Silvio Berlusconi nel nostro Paese. Mi è parso che questa diagnosi si ponesse perfettamente a corollario dei noti caratteri di una certa ideologia di sinistra (o, meglio, dell'ideologia di una certa sinistra italiana), autoreferenziale ed incentrata su un presunto primato culturale e, addirittura, etico. La stessa ideologia che, per quanto inossidabile e continuamente foraggiata, non si è tuttavia rivelata abbastanza efficace e partecipata da contenere l’ascesa e l’affermazione a colpi di maggioranze pletoriche di certe forze politiche in Italia. È stato così che, dalla breccia della finestra limpida, piatta e fedelissima del mio notebook, sono tornate a trovarmi una serie di domande. Domande che, in verità, si collocano appena al margine dei consuntivi e delle valutazioni contingenti sul circo delle alleanze e sui rapporti di forza che contraddistinguono il dibattito politico tout-court. Domande come: che ruolo ha l’incapacità di elaborare una logica di progettualità rispetto all’immobilismo e all’apparente ineluttabilità del destino di un popolo? Quali sono oggi le fucine del pregiudizio culturale? Quante di esse sono ancora ardenti? E, soprattutto - un po’ à-la Carlo Verdone dei tempi migliori - chi siamo, dove siamo e dove stiamo andando?
E veniamo, dunque, ad oggi.
É il nove novembre 2009 ed esattamente venti anni fa ero seduta davanti allo schermo bombato del mio vecchio, compianto e mai più rimpiazzato Telefunken con la scocca color legno. Assistevo ai servizi da Berlino introdotti da Frajese e capivo ben poco. Anzi, non capivo nulla. Del resto, per l’età che avevo (otto anni), ero già considerata un "fenomeno"perché un paio di anni prima, dopo aver spiegato come lenzuola le pagine di un quotidiano, con tutta la preoccupata semplicità di una bambina, avevo affacciato una domanda bruciante: «papà, che cos’è la perestrojka?». Ciononostante, guardando le immagini da Berlino ed ascoltando Frajese dal vecchio, compianto e mai più rimpiazzato Telefunken con la scocca color legno, riuscivo a stento a capire l'eccezionalità di tanto clamore per la caduta un muro. Un muro che, caspita, era solo un muro!!! …e perché non lo avevano abbattuto prima? …e perché, ora che lo avevano abbattuto, erano così contenti e festeggiavano come pazzi? Un po’ com’è accaduto dopo aver letto l’articolo di Mancini, anche allora impiegai del tempo per ridimensionare la cascata delle domande. Portai i miei interrogativi anche tra le quattro mura dell’aula di scuola e decisi di liquidarli quando vidi che la maestra affiggeva al muro la prima cartina della C.E.E. distribuita alle scuole dal Ministero. Era una cartina scontornata e piena di vuoti, così diversa dalla mappa geografica che era lì accanto, sull'altra parete. Però era una cartina blu con le stellette giallo oro. «Qualcosa dovrà pur significare», pensai.
Per molto tempo ho creduto - ho voluto credere - che quelle perplessità fossero svanite. O che avessero lasciato il posto a pensieri presidiati più da punti fermi che da punti interrogativi. Com'è intuibile, mi sbagliavo clamorosamente e quelle domande sono ancora qui oggi - che è il nove novembre 2009 - e si riaffacciano dalla finestra limpida, piatta e fedelissima del mio notebook. Sono domande panciute ed incombenti, ingrossate dall'incedere della storia “là fuori” e dalla mia esperienza personale e mi sbeffeggiano mentre formulo constatazioni come quella per cui, anche a fronte della crisi che ha recentemente messo a dura prova l’economia mondiale, né da destra né da sinistra (né da parte dei neo-liberisti, né da parte dei social-democratici, né da parte dei comunisti) si sono sollevate idee, iniziative e proposte nuove. Nessun progetto economico e sociale originale, nessuna provocazione capace di spezzare davvero il velo del confronto, nessuna picconata contro il muro. Mi soggiunge, allora, il sospetto di essere diventata adulta (...) in un Paese in cui il diritto allo sviluppo sembra compromesso dall’inettitudine a superare un gap storico e di pensiero, in cui la rivoluzione passiva sembra la regola (ma una regola perversamente interpretata), in cui è opinione comune che la dialettica democratica si eserciti esibendo una tessera di partito, votando un segretario generale, facendo il bastian contrario e riservando sempre qualche sgambetto nella vita di ogni giorno (magari tramando di nascosto, giocando al ribasso o avvalendosi dei metodi sordidi dello scrutatore non votante).
Eccomi qui, dunque, a far uscire da una porta - squisitamente mediatica - quello che continua ad entrare dalle mie finestre. Perché ora che la faccenda s’è complicata non c’è via di scampo di fronte al richiamo di una coscienza che mi ricorda che esprimere un’opposizione - nel senso più lato a cui si possa accedere - significa sbarazzarsi dei pregiudizi, formarsi, confrontarsi senza aggredire, posizionarsi nella società civile, non cedere alla pressione delle criticità, perorare progetti e rimettersi, infine, sempre in discussione: in sostanza, imparare a fare ed esserecultura ogni giorno della propria vita. Senza dimenticare, if possible, un fine ultimo di libertà.
«Quella che detiene il quarto segreto di Fatima: il segreto degli appunti. Quella che elabora ogni parola, distingue, classifica e sottolinea secondo l'ordine di rilevanza. Quella che: problema, tesi n. 1, tesi n. 2, tesi n. 3 e corollari. Quella che scrive tutto e voi siete tutti stronzi.» L'avvocatessa secondo un amico, scaltro avvocato e collega di sventure formative.
Non è tagliata per fare la blogger. È lucida, resistente e avara come i bicchierini da rosolio della nonna. È incostante e insofferente come un ragazzino capriccioso mentre mamma e papà sono in vacanza. È una geek latente (e latitante), con al seguito vecchi apparecchi e software che arrancano, idee d’avanguardia e curiosità stordite, alibi propalati al tempo futuro e appendici d’antan.
In sostanza, non aggiorna e disperde.
Vuole e non vuole.
Ma ogni tanto riapre la saracinesca.